LE ZEBRE PIANGONO LA SCOMPARSA DI MARCO BOLLESAN, MITICO FONDATORE NEL 1973 ED ANIMA DEL CLUB AD INVITI

Parma, 12 aprile 2021 – E’ con profondo dolore che Zebre Rugby Club apprende la notizia della scomparsa di Marco Bollesan, indimenticata bandiera del rugby e dello sport italiano, venuto meno nella serata di domenica 11 aprile all’età di 79 anni.

La franchigia con sede a Parma si stringe alla famiglia di Marco e del Cus Genova e di tutto il movimento italiano nel ricordo di una persona e un atleta fuori dal comune, fondatore insieme a Renato Tullio Ferrari nel 1973 delle Zebre, nate come club ad inviti riservato ai migliori giocatori del campionato italiano e delle competizioni europee.

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Marco Bollesan in basso al centro delle sue Zebre storiche in una foto scattata nel 1978 allo stadio Giuriati di Milano

IL RICORDO DI TANTI GIOCATORI CHE HANNO VESTITO LA MAGLIA DELLE ZEBRE COME CLUB AD INVITI, SIA COME COMPAGNI O COME GIOCATORI ALLENATI DA BOLLESAN

Racconta così al Museo del Rugby la nascita delle Zebre Manrico Marchetto, in campo nel primo match delle Zebre storiche: “Il 24 ottobre 1973 a Milano un gruppo di amici decise di dar vita alla prima selezione ad invito d’Italia per affrontare al meglio la sfida con la squadra di Randwick (Sydney, AUSTRALIA). L’ideatore e selezionatore, il mio amico Marco Bollesan, non sapendo come chiamarla decise di sfruttare i colori della maglia a strisce orizzontali bianche e nere battezzandola Zebre. Nonostante le presenze dei fortissimi stranieri Babrow, Nurse, Greenwood e Murphy e degli italiani Mazzucchelli, Bona, Salsi e lo stesso Bollesan la partita finì 50 a 21 per il Randwick”.

 

Salvatore “Nembo” Bonetti (6 caps con le Zebre) : “In campo Marco era aggressivo, feroce, un grade cacciatore di uomini e di palloni. Placcava e quando recuperava la palla togliergliela era difficile. Era un capobranco, un motivatore, un giocatore completo. E poi gli va dato un merito: in quegli anni il rugby italiano era lui. Era l’immagine, il volto, il nome che tutti conoscevano. Marco è stato l’uomo della svolta che riuscì a imprimere con il tour in Sudafrica del’73. Ci fece uscire dalla nostra dimensione provinciale, ci portò a conoscere un rugby che non finiva all’80’ ma era una dimensione di vita, una religione. Ci siamo conosciuti a Brescia, dove si trasferì da Genova per un’avventura che venne coronata con lo scudetto. In azzurro l’ho accompagnato sino alla sua partita d’addio, a Reggio Calabria, contro la Cecoslovacchia. Il rugby italiano si identificava con lui”.

 

Fabrizio Gaetaniello (11 caps con le Zebre) :”Ho conosciuto Marco da giocatore, nelle mie prime convocazioni in nazionale era il mio capitano e punto di riferimento. Bollesan è stato il personaggio più rappresentativo; rimarrà nella storia del nostro rugby. Anche quando il rugby non aveva grande visibilità mediatica Bollesan era l’icona del nostro sport, un’immagine fatta sul campo e non con altri canali come quelli moderni che possono renderti particolarmente popolare. Era un grande leader e sono molto dispiaciuto per la sua perdita. In quegli anni ’70 le prime mitiche bellissime partite per noi giovani erano quelle dei Barbarians che giocavano con la maglia a righe bianconera. Renato Tullio Ferrari, Pierluigi Fadda e Marco Bollesan -i tre fondatori delle Zebre- presero lo stesso spirito per le Zebre che noi in campo abbiamo sempre cercato di rappresentare. Loro tre hanno fatto davvero il massimo per dare al primo club ad inviti italiano il maggior lustro possibile. Non mancavano mai tra le fila delle Zebre anche personaggi importanti del rugby internazionale a dare risalto a queste gare. Giocare coi migliori giocatori europei dell’allora Cinque Nazioni che venivano invitati ci ha dato modo di crescere. Nella mia ultima partita ho avuto anche l’onore di capitanare anche la selezione ad inviti delle Zebre”.

 

Antonio Spagnoli (12 caps con le Zebre):”La foto di Marco in campo con la retina in testa rispecchia appieno il grande giocatore e compagno che è stato. Ho visto tante volte Bollesan giocare coi punti messi alle ferite a bordo campo poco prima. Ti trascinava a superare ogni limite per raggiungere degli obiettivi. Ti metteva quella carica che ti faceva superare i tuoi limiti; nello sport come poi nella vita e nel lavoro. Era un trascinatore e mi è stato molto molto vicino anche dopo la nostra carriera ovale. Bollesan è stato un uomo vero che non ti abbandonava mai. Aveva difetti di carattere ma era una persona buonissima che non lasciava mai nessuno solo. Ho tanti ricordi di Marco, anche dopo i miei 30 anni molti club mi cercavano e io gli chiesi il perché,  lui mi disse “Tu sei uno che fa spogliatoio e da alle persone quello che io ho cercato di dare per anni”. Ci ha fatto capire che nella vita per raggiungere obiettivi devi buttare il cuore oltre l’ostacolo, così siamo riusciti a fare strada anche nella vita. Un altro leader che ci ha regali questi importanti insegnamenti sarà molto difficile da trovare in futuro, soprattutto come uomo fuori dal campo”.

 

Sabatino Pace (2 caps con le Zebre) :”Ho solo ricordi belli di Bollesan; quando lui era vicino a smettere di giocare io cominciavo, Abbiamo giocato contro io con L’Aquila e lui col Brescia e fu proprio Marco a convocarmi in nazionale. Abbiamo giocato anche a Parma con le Zebre, battendo i gallesi del Newport allo stadio Tardini. Una persona bella; uomo schietto e duro ma quello che diceva era sempre costruttivo per il rugby. Le Zebre sono sempre state un ambiente famigliare costruito dai migliori giocatori italiani convocati da lui. In campo si sentiva la sua presenza: uomo carismatico che teneva banco intrattenendo e tenendo ottimi rapporti umani con le persone. In nazionale infatti grazie a lui mi ero trovato subito come in famiglia. Bollesan è stato come un padre per noi rugbisti di una generazione più giovane”.

 

Marco Bollesan allo Stadio Lanfranchi di Parma per sostenere le sue Zebre (Sebastiano Pessina)

 

Serafino Ghizzoni (16 caps con le Zebre) :”Appena apriva bocca ti accorgevi che Marco era speciale: la sua esperienza, vitalità e originalità ti colpivano. Ricordo con piacere gli anni con le Zebre, soprattutto le prime sfide a Milano dove lui e la sua compagnia erano di casa. E’ stata un’esperienza bellissima: ti rendevi conto di quanto lui fosse capace e fosse un leader, di un grande livello che poi ha dimostrato nella sua carriera. Avversario, compagno, allenatore tutte versioni di Bollesan che ho avuto il piacere di condividere nella mia carriera. La carica che ti trasmetteva prima delle partite era incredibile: le viveva sempre in prima persona, anche nella sua veste di allenatore”.

 

Stefano Romagnoli (9 caps con le Zebre) :“Marco Bollesan è stato un personaggio carismatico ed un riferimento per tante generazioni di rugbisti. La sua maniera d’interpretare il rugby basato sul coraggio e la passione era il suo credo che ha dimostrato in campo e anche nella vita. Ha messo queste sue competenze al servizio della nazionale prima come capitano e poi come head coach nel primo mondiale del 1987”.

“Insieme abbiamo vissuto alcune gare con le Zebre. In quel periodo la squadra era una rappresentativa a convocazione, Bollesan sceglieva sia i giocatori migliori del campionato italiano ai quali affiancava giovani da promuovere per queste gare internazionali. Nella sua visione futuristica le Zebre erano già una squadra fondamentale che operava nella crescita e nella formazione dei giovani. Ragazzi che potevano sendere in campo insieme a giocatori maturi per fare un’esperienza altamente formativa. La cosa più bella di Marco erano i suoi momenti in cui si concedeva davanti a qualche bicchiere a fine partita: ci raccontava le sue storie vissute nei borghi di Genova o nelle partite che aveva giocato. Era sicuramente un guerriero e ci mancherà tanto!”.

 

Fabrizio Sintich (6 caps con le Zebre) :”Quando sono tornato dall’Africa per proseguire i miei studi sono arrivato a Genova ed ho giocato al Cus, Bollesan era li ed era una bandiera. Marco è sempre stato un amico di famiglia per me. Ho fatto alcune gare con lui nelle Zebre: ne ricordo in particolare una giocata contro la Steaua Bucarest che all’epoca era praticamente la nazionale rumena. Mi rimase impresso che le Zebre erano formate dai migliori italiani e stranieri mentre io ero un ragazzino di 18 anni solamente. Appena gli avversari mi hanno visto mi hanno preso di mira per tutta la partita: Bollesan ed altri senatori mi hanno difeso ad ogni azione. Le Zebre all’epoca erano una squadra dove si respirava voglia di partecipare e difendere una maglia a cui, nonostante fosse una selezione, tutti tenevano come il proprio club. Questo era il credo che ci ha trasmesso Bollesan e che servirebbe ancora tanto oggi anche tra i professionisti. Ai nostri tempi la maglia era tutto quello per cui giocavi. Marco è stato l’incarnazione del guerriero, del leader, del lottatore! Una persona tra le più carismatiche del panorama rugbistico italiano che ha dato valore al gioco di squadra ed al senso di fiducia verso i compagni, che venivano tutti da club diversi”.

 

Andrea Selvaggio (2 caps con le Zebre) : “Marco è stato il mio secondo padre. Quando gli altri finivano l’allenamento, mi teneva sul campo ancora mezz’ora a curare la tecnica, i movimenti. Mi fece esordire in Serie A a 17 anni e mezzo col nostro Cus Genova. Mi portò alle Zebre e nella Nazionale Italiana nel tour in Sudafrica a 21 anni. Mi convinse a raggiungerlo a Brescia. Tempi memorabili“.

 

Norberto Mastrocola (5 caps con le Zebre) :“Marco è stato molto importante in un momento particolare della mia carriera, l’esperienza di andare a Livorno con lui come allenatore è stata fondamentale. A livello carismatico di carattere e temperamento è stato molto importante per me. Nel 1986, al mio arrivo in Italia, ha sempre apprezzato il mio modo di giocare, anche nell’amichevole tra Brescia e la sua Nazionale pre-mondiale 1987. Per questo mi ha portato a Livorno quando aveva bisogno di un veterano come me, arrivando ai playoff da matricola. Era un vero trascinatore del gruppo. Ricordo che abbiamo giocato all’Arena di Milano contro una squadra inglese, una partita vera! Ho sfidato con la maglia delle Zebre anche gli Azzurri che preparavano il mondiale 1991, sempre a Milano. Lo spirito era bellissimo, in tipico stile Barbarians. Eravamo molto tranquilli e condividevamo con stranieri di prestigio belle esperienze, anche prendendosi in giro: ma quando s’iniziava a giocare c’era solo la voglia di seguire il nostro condottiero Marco Bollesan”.

 

Il gallese David Cornwall (diverse gare con le Zebre) “Aveva carisma, presenza fisica e personalità e capiva il rugby come pochi allora. Se la partita si metteva in una certa maniera, potevo dirgli: tenetevi quella palla che qui dietro non vogliamo vederla per dieci minuti ed ero sicuro che si sarebbe messo a combattere lì davanti, avrebbe martellato gli avversari e ci avrebbe lasciato tranquilli per tutto il tempo necessario a rifiatare”. E poi il complimento più grande: “avrebbe potuto essere un gallese per come stava in campo. Per me è un onore aver giocato con uno come lui. Lo avevo visto a Newport, a metà degli anni Sessanta, in una tournee di una selezione italiana in Galles, mascherata sotto lo stemma della Rugby Roma, un gran bel giocatore”.

 

Achille Bertoncini (1 caps con le Zebre) :”Il mio primo ricordo risale agli inizi degli anni ’80, in quel momento Marco rappresentava un mito per noi giovani giocatori che ci affacciavamo da poco al rugby che conta. Come allenatore mi convocò per le Zebre nel 1985 per la partita giocata a Piacenza contro Gloucester. Per me si trattò di un momento molto importante perché ha poi avuto inizio la mia carriera di alto livello. Bollesan dava molta importanza a certi aspetti come la mentalità e l’aggressività, e in questo pretendeva il massimo che si trattasse di un giocatore della Nazionale Maggiore o del club. Ci metteva alla prova e così accadeva che, ad un certo punto dell’allenamento, ci trovavamo ad affrontarlo: lui contro di noi in campo, come avversario. Da solo contro tutti: il suo spirito guerriero consisteva proprio in questo. Erano i momenti che preferiva. Parliamo di un rugby d’altri tempi ma il suo esempio di motivava e c’impediva di deluderlo. A suo modo era un grande motivatore!

 

In quei 24 anni di attività bianconera, l’ex n° 8 nato a Chioggia ma cresciuto nel Cus Genova ha disputato 22 dei 25 incontri organizzati contro i più prestigiosi club internazionali. Il due volte campione d’Italia con la maglia della Partenope Rugby e del Rugby Brescia ha anche guidato la storica selezione delle Zebre da allenatore in occasione della memorabile vittoria di Brescia del giugno 1997 contro i Barbarians.

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Marco Bollesan in campo con la casacca bianconera delle Zebre storiche

LA CARRIERA IN AZZURRO DI BOLLESAN ED IL RICORDO DEL PRESIDENTE FEDERALE MARZIO INNOCENTI, 6 CAPS CON LE ZEBRE

Esordito con l’Italia il 14 aprile 1963 a Grenoble contro la Francia nel match dove capitano era il parmigiano Sergio Lanfranchi, il 47 volte Azzurro ha anche ricoperto i ruoli di capitano della Nazionale Italiana (34 gare ufficiali), commissario tecnico tra il 1985 ed il 1988 prendendo parte alla prima edizione della Rugby World Cup nel 1987 e team manager tra il 2002 ed il 2008, partecipando ai due Mondiali del 2003 in Australia e del 2007 in Francia e Regno Unito.

Ritiratosi dal rugby giocato nel 1981 dopo aver onorato negli ultimi anni della sua carriera la maglia del CUS Milano e dell’Amatori Rugby Milano, Bollesan è stato così ricordato dal presidente della FIR Marzio Innocenti, anch’egli in campo con le Zebre storiche in sei occasioni: “Per i rugbisti della mia generazione, per chiunque abbia praticato lo sport tra gli Anni ’60 e gli Anni ’80, ma anche per chi è venuto dopo Marco Bollesan è stato un esempio, l’epitome del rugbista coraggioso, il simbolo di un Gioco dove fango, sudore e sangue rappresentavano i migliori titoli onorifici. Ha contribuito a far conoscere il rugby nel nostro Paese ben prima della rivoluzione professionistica del 1996, incarnando lo spirito del rugby italiano per oltre due decenni e rivestendo anche negli anni successivi al suo ritiro dal campo una serie di ruoli strategici per la Federazione. Gli saremo eternamente grati per il suo straordinario contributo ed io, in particolare, porterò sempre nel cuore i suoi insegnamenti e l’onore che mi riconobbe assegnandomi, da Commissario Tecnico, i gradi di capitano della Nazionale durante la sua gestione. Siamo vicini alle figlie Miride e Marella ed a tutta la sua famiglia. Il rugby italiano ha perso uno dei suoi figli prediletti”.

marco bollesan

Premiato con la Medaglia di bronzo al valore atletico nel 1966 e con la Palma d’oro al merito tecnico nel 2004, Marco Bollesan è stato inserito nel 2015 nella Walk of Fame dello sport italiano, la speciale galleria di sportivi italiani distintisi in ambito internazionale. Ad oggi, è l’unico rugbista a fregiarsi di questo titolo del CONI così prestigioso.

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