OTAGO, PARMA: IL N° 9 DELLE ZEBRE JOSHUA RENTON SI RACCONTA

“È BELLO ESSERE IN ITALIA! QUI HO TROVATO LA CONTINUITÀ E L’ESPERIENZA ALL’ESTERO CHE HO SEMPRE DESIDERATO”

Joshua Renton è un tipo taciturno, di poche parole, nonostante sia un mediano di mischia, ruolo che impone una comunicazione continua con i propri compagni.

È nato a Dunedin, seconda città dopo Christchurch dell’Isola sud, oltre 100mila abitanti all’estremità meridionale del golfo di Otago. Otago è l’anglofonizzazione del termine Otakou: i filologi sono divisi tra due significati, “villaggio singolo” o “località dalla terra rossa”. In ogni caso Otago dà il nome alla regione e – soprattutto – al più importante club prima dell’avvento delle franchigie del Super Rugby. I Razorbacks sono il serbatoio degli Highlanders, capaci due anni fa di battere perfino i British & Irish Lions di Warren Gatland.

Ma su questo torneremo più avanti perché Renton non è cresciuto a Dunedin ma a Wanaka, località sciistica con un passato da gold town, poiché fondata proprio dai cercatori d’oro nell’Ottocento. È qui che Josh inizia a giocare a rugby.

“Il primo ricordo è legato a un campo ghiacciato, durissimo, per un Seven ad Alexandra”

Venendo da una piccola città, il giovane Renton è costretto a viaggiare spesso per le partite. Da subito sviluppa attitudini e skills da numero nove anche se gli è capitato di giocare first five (apertura).

“Quando sono andato al liceo mi sono spostato a Dunedin, stabilendomi nell’ostello universitario. Lì è stato un bellissimo periodo perché ero da solo, insieme ai miei amici ed è anche quando ho iniziato a giocare più seriamente a rugby”

Il primo XV dell’Otago Boys’ High School è una squadra di un certo lignaggio, Renton finisce per esserne il capitano, arrivare alla finale del Top 4 nel 2012 e attirare le attenzioni di Otago per fare l’esordio nel club che porta il nome della regione.

“È stato come toccare il cielo con un dito, davvero esaltante giocare per la squadra di cui avevo sempre seguito le sorti. I derby con il Southland – il corrispettivo di Otago per la città di Invercargill, appena più a sud di Dunedin – la Ranfurly Shield vinta nel 2013…”

Un assestamento a tratti difficile, per via della stazza, non certo quella di un gigante (1.74 per poco più di 80 kg) e per la velocità di gioco rispetto allo school rugby cui era abituato. Ma Renton da back up, riserva, del giapponese Fumiaki Tanaka si fa apprezzare, tanto che poi lo seguirà anche agli Highlanders, la franchise di Super Rugby dove è sbocciato un certo Aaron Smith.

“Ero il classico studente con la passione per il rugby e da una settimana all’altra mi sono svegliato full time professional. Tanaka lo conoscevo già, un nove rapidissimo che leggeva benissimo il gioco. Inoltre davvero una bella persona”

“Su Aaron cosa posso dire… la sua velocità di gioco non ha eguali, il modo in cui passa è veramente efficace e poi è uno che si allena al massimo, curando ogni dettaglio. Ed è super competitivo, non vuole perdere mai neanche in partitella. Ho imparato tantissimo da lui e ho anche capito qual è il livello richiesto al top”

Nonostante Tanaka faccia ritorno in Giappone, Renton gioca davvero poco in Super Rugby, a causa di qualche infortunio e, ovviamente, della concorrenza di Smith. Esordisce con i Brumbies a Canberra, poi raccoglie una manciata di minuti qui e là.

“Quando mi guardo indietro i migliori ricordi riguardano l’avventura ai mondiali U20 del 2014 condita dalle due mete che realizzai contro la Scozia e poi la partita con gli Highlanders contro i British & Irish Lions, due anni fa”

Andiamo per ordine: nei Baby Blacks del 2014, con Renton, giocavano McKenzie, Faiva, Lienert-Brown, Mo’unga. Persero in semifinale dal Sudafrica di Pollard, a sua volta sconfitto in finale dall’Inghilterra di Itoje. Contro gli Highlanders, nel 2017, invece, i Lions subirono la seconda sconfitta nel Tour (poi pareggiato con gli All Blacks) dopo quella con i Blues a Eden Park. Decisivo fu un calcio di punizione di Marty Banks, l’ex numero 10 di Treviso, a 6’ dal termine: 23-22.  Il fischio finale giunse oltre l’80: avanti di Joseph e palla che carambola a Renton che non ci pensa due volte e la spedisce in tribuna.

“È stato un momento magnifico, tutti i compagni che mi abbracciavano, davvero un big achievement

Come detto, gli infortuni e la competizione nel ruolo consigliano nuovi lidi e l’infortunio alla spalla di Marcello Violi nell’autunno del 2018 gli regala questa opportunità chiamata Zebre:

“Ho parlato con Muliaina e Brendon (Leonard, ndr) e mi hanno caldamente consigliato Parma. Mi piaceva l’idea di un’esperienza europea. Rispetto alla Nuova Zelanda qui il rugby ha un ritmo diverso e lo stile è molto focalizzato sulle fonti di gioco. Da noi giochi la mischia per avere la palla, qui c’è l’opzione di cercare il calcio di punizione, per trovare magari la touche vicino alla linea di meta”

“Non mi dispiace imparare un rugby diverso, anche perché quello del PRO14 è molto equilibrato e non c’è l’abitudine come da noi a giocare in due squadre diverse, qui il campionato è uno, la franchigia pure. E poi gli avversari sono di livello: John Cooney di Ulster o Pienaar dei Cheetahs valgono i nove dell’altro emisfero”

Ci sono cose che al 24enne di Dunedin sono andate subito a genio, altre che gli sono un po’ indigeste, è la logica delle cose:

“La lingua è davvero un ostacolo grande, anche perché non ne avevo mai studiata un’altra oltre l’inglese. Per il rugby adesso sono ok ma in una conversazione mi perdo, sto facendo passi in avanti”

È arrivato quasi in contemporanea a Jamie Elliott, l’ala inglese, facile pronosticare un’amicizia fra i due, dato che dividono la stessa abitazione:

“Siamo entrambi da soli qui e la lingua aiuta: lui suona molto bene la chitarra e sto approfittando di alcune lezioni. Il resto? Facciamo vita molto tranquilla. Film, Netflix, libri (fiction, thriller), caffè, golf, qualche gita nelle città vicine, viviamo l’atmosfera, apprezziamo la vostra cucina, approfittiamo della gentilezza dei compagni italiani, they are really welcoming

Riguardo l’esperienza con le Zebre, Renton è in scadenza di contratto al termine della stagione, sa dell’arrivo (probabile più che possibile) di Nicolò Casilio e in questi mesi è in cerca della riconferma. Partite come quella con i Cheetahs (nel 41-13 è andato anche in meta ripartendo da una ruck nei 22 sudafricani) fanno ben sperare:

“E’ stata la miglior performance di squadra da quando sono qui. Anche con i Dragons siamo stati molto bravi, anche perché rappresentava la terza vittoria in trasferta nella storia della franchigia. Ora si respira più confidenza, ci siamo resi conto che possiamo competere e sono certo ci toglieremo delle soddisfazioni. L’anno scorso tra infortuni e una rosa ridotta durante il Sei Nazioni abbiamo perso male alcune partite e non siamo più riusciti a rialzarsi, quest’anno siamo più strutturati e dovremmo avere qualche chance in più anche senza gli internazionali”.

A Joshua del suo paese mancano molto i familiari, sono venuti a trovarlo durante l’estate e hanno presenziato a due amichevoli. E – pungolato – ammette mancargli anche il campo coperto dell’Otago Stadium di Dunedin.

“Lì è sempre asciutto e si gioca che è una meraviglia”, confessa timidamente.

Il futuro di Renton? “Unknown, sconosciuto”, come ammette lui stesso. Certo è che quando la mischia funziona è un mediano che fa girare la squadra al massimo, al piede si difende e inventa anche. Con Violi prima scelta, Palazzani che ha rinnovato fino al 2021 e il giovane aquilano in arrivo, Renton ha quattro mesi per guadagnarsi una conferma. O per guardarsi intorno.


Joshua Renton è nato a Dunedin, in Nuova Zelanda, il 25 maggio del 1994. Con Otago ha giocato una quarantina di partite in NPC e con gli Highlanders 8 in Super Rugby (2014-2018). Con la maglia delle Zebre ha esordito a novembre del 2018 contro il Munster. Ha partecipato ai Mondiali U20 del 2014 disputati in Nuova Zelanda


Intervista di Federico Meda pubblicata sul numero di febbraio del mensile All Rugby

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