“NEL RUGBY NON SI PUÒ FINGERE E MOSTRARSI DIVERSI DA CIÒ CHE REALMENTE SI È! IO SONO SEMPRE STATO ME STESSO, IN CAMPO E FUORI”

IL N° 7 DELLE ZEBRE 2012-20 – MAURO BERGAMASCO

Parma, 25 marzo 2020 – La leggenda del rugby italiano Mauro Bergamasco entra anche negli annali della franchigia federale! Il centurione Azzurro è stato infatti eletto dal popolo ovale multicolor “openside flanker” del XV ideale delle Zebre 2012-20, la formazione scelta direttamente dai tifosi sui canali social delle Zebre che raccoglie i giocatori più rappresentativi di questi otto anni di storia celtica del club di base a Parma.

Cresciuto nelle giovanili del Petrarca Rugby -club della sua città natale-, il terza linea padovano esordì in prima squadra nel 1998 all’età di diciannove anni. In quello stesso anno, la giovane promessa del rugby italiano si guadagnò il suo primo cap con gli Azzurri: il debutto avvenne il 18 novembre Huddersfield nel match di qualificazione alla Coppa del Mondo 1999 vinto contro l’Olanda.

Da allora, Bergamasco è diventato un punto fisso della mischia italiana, totalizzato 106 apparizioni con la maglia della Nazionale fino al suo congedo nel 2015 e prendendo parte a ben cinque edizioni del Mondiale (1999, 2003, 2007, 2011 e 2015); si tratta di un record che nella storia del rugby internazionale è condiviso solamente dall’altra bandiera Azzurra Sergio Parisse (2003, 2007, 2011, 2015 e 2019) e dal samoano Brian Lima (1991, 1995, 1999, 2003 e 2007).

Proveniente da una famiglia di rugbisti (il padre Arturo è sceso in campo in quattro occasioni con la Nazionale negli anni Settanta, mentre il fratello minore Mirco ha anch’egli a lungo militato con l’Italia), tra il 2000 e il 2003 Bergamasco si trasferì al Benetton Rugby, club con cui si laureò campione d’Italia nel 2001 e nel 2003.

Nel 2004 e ancora nel 2007 il flanker Azzurro vinse altri due campionati nazionali, questa volta in Francia con i Parigini dello Stade Francais, mentre nel novembre del 2011 fu convocato con il prestigioso club ad inviti dei Barbarians per il test match di Twickenham perso contro l’Australia.

Il mese seguente Mauro fece il suo rientro in Italia unendosi alla franchigia degli Aironi. In seguito allo scioglimento della formazione con sede a Viadana, il terza linea veneto entrò a far parte delle neonate Zebre, scendendo in campo in 52 partite ufficiali con la squadra bianconera fino al suo ritiro dal rugby giocato nel 2015.

Cos’hanno rappresentato le Zebre per la tua carriera? “Un rilancio, un nuovo inizio dell’ultima parte della mia lunga carriera. Dopo l’esperienza francese e la negativa parentesi degli Aironi, le Zebre sono state il motivo per ricominciare in un progetto nuovo in cui io ed altri veterani abbiamo creduto, plasmandone la prima forma”.

Nei tuoi tre anni a Parma sei stato un esempio per tanti giovani? Cosa ti senti di aver trasmesso loro? “Negli 80 minuti di rugby non si può fingere come invece si può fare nella vita, mostrandosi con un atteggiamento diverso da quello che realmente si è. Io invece sono sempre stato me stesso, cercando di mostrare integrità nel mio comportamento, in campo e fuori”.

Il compagno che vorresti sempre avere al tuo fianco? “Premetto che ho conosciuto troppi compagni straordinari per poterne citare uno. Per cui direi il mio reparto delle terze linee: in tutta la mia carriera coi compagni di reparto c’è sempre stato un ottimo rapporto; sportivo e personale senza mai screzi. Un aspetto molto importante è sempre stata la competizione interna tra atleti; attenti ad osservare il meglio dai compagni ma tutti pronti per guadagnarsi il posto in squadra con rispetto. Tra gli stranieri che hanno lasciato il segno alle Zebre sicuramente c’è stato Brendon Leonard. Il numero 9 ex All Blacks era umile, parlava poco e, nonostante la sua grande esperienza internazionale, era sempre in grado di darti qualcosa ma sempre nel rispetto dei ruoli all’interno della squadra. Me ne sono accorto ancor di più quando sono stato capitano delle Zebre: dando consigli alla squadra, lui era sempre pronto a ringraziare anche per i suggerimenti più semplici”.

L’avversario più difficile da placcare e quello che avresti voluto sfidare? “A me non scappava mai nessuno! Dopo averlo visto tante volte da ragazzo in televisione, avrei invece avuto piacere a confrontarmi sul campo col l’ala degli All Blacks Va’aiga Tuigamala. Era chiamato black truck, il camion nero per la sua velocità e potenza”.

Sei uno dei pochissimi atleti ad aver giocato 5 coppe del mondo, qual è il segreto di una carriera così lunga? “Aver sempre cura di sé stessi: allenarsi non basta, anche il riposo è molto importante. Un altro aspetto fondamentale è quello di attorniarsi di persone di cui ci fidiamo a e che tengono a noi; persone che ci possono guidare in alcune parti della carriera”.

Oltre a seguirti su DAZN per le gare del Guinness PRO14, di cosa ti occupi adesso e quali i tuoi progetti? “Con le persone che incontro ricerco sempre la performance di alto livello nell’evoluzione dello sviluppo delle relazioni umane: dal punto di visto sportivo, personale e umano. Tutto quello che faccio ha un filo conduttore: l’importanza e la centralità della persona che fa la differenza. L’ho fatto a livello individuale con tanti formatori durante la mia carriera, osservando i risvolti delle interazioni personali e le modalità di soluzione positiva. Oggi mi occupo di tante cose: il Campus Mauro Bergamasco ha alla base un programma educativo per ragazzi, rinforzato dall’importante testimonianza diretta anche di campioni dello sport che condividono la loro esperienza. In campo invece alleno la scuola femminile U14 e U16 del Petrarca Rugby: quest’anno abbiamo inserito il programma Education & Sport che porta nel club lo stesso modello del Campus estivo ma allungato sull’arco dei 10 mesi della stagione sportiva: allenamento fisico, mentale e personale per provare a giocare anche a rugby meglio degli altri. Invece Sport In Cloud è un’applicazione di creazione gestione di tornei sportivi che ho creato, che sta avendo sempre più successo ed utilizzo da parte di chiunque organizzi tornei sportivi e pure e-sports”.

Un aneddoto simpatico che non hai mai raccontato? “Nella stagione 2014/15 ricordo che un giorno nello spogliatoio delle Zebre Michele Visentin -un ragazzo giovane col quale ho sempre avuto un ottimo rapporto- mi ha fatto una battuta simpatica sul mio mal di schiena, legato all’età. Quel momento mi ha fatto trovare la risposta alla domanda che da tempo mi facevo su quando avrei smesso di giocare. In quel frangente ho preso la decisione che era il momento di smettere, e così ho fatto dopo la Coppa del Mondo 2015 in Inghilterra”.

Come vedi il futuro delle Zebre? “Molto positivo: questa stagione ho notato più continuità nella squadra che esprime buon gioco ed una dinamica positiva e propositiva di rugby. Confido che i giocatori possano continuare a svolgere la loro attività sereni, così da potersi esprimere al meglio in campo”. 

Un saluto ai tifosi delle Zebre: “Non li ho mai ringraziati a dovere quando ho smesso di giocare: lo faccio pubblicamente ora per il calore sempre dimostrato verso la squadra nei miei tre anni vissuti a Parma. Se posso permettermi di dire una cosa ai tifosi è quella di continuare ad urlare Forza Zebre, magari a voce un po’ più alta: Forza Zebre!!!”

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