MATTIA BELLINI RACCONTA LA SUA ASCESA VERSO IL RUGBY INTERNAZIONALE: “SENZA IL SOSTEGNO DEI MIEI GENITORI AVREI FATTO FATICA, MI SAREI PERSO!”

“IN NAZIONALE ABBIAMO DIMOSTRATO CHE FISICAMENTE E TECNICAMENTE CI SIAMO, E’ LA GESTIONE DEI MOMENTI CHE CI MANCA UN PO’”

Parma, 23 maggio 2020 – Dalle giovanili della Nazionale all’esordio con gli Azzurri, avvenuto il 6 febbraio 2016 a Parigi nel 1° turno del Sei Nazioni perso di un soffio contro la Francia di Guy Noves. Mattia Bellini racconta la sua ascesa verso il rugby internazionale: un percorso intrapreso all’età di 6 anni col Petrarca Rugby, club della sua città natale, e coronato nel 2016 con il suo passaggio alle Zebre.

Nato a Padova nel 1994, il 25 volte Azzurro è stato l’ospite della rubrica settimanale “FIR Talks” ed è intervenuto assieme ai due compagni di Nazionale Marco Riccioni e Niccolò Cannone e al capitano degli Azzurrini Michele Lamaro, tutti e tre in forza al Benetton Rugby.

Di seguito le dichiarazioni dell’ala della franchigia federale:

Mi sono avvicinato al rugby all’età di sei anni dopo una brutta esperienza calcistica a Padova durata pochi mesi. A sedici anni sono entrato nell’accademia zonale di stanza a Mogliano e lì ho avuto la fortuna di avere Massimo Brunello e Andrea Sgorlon come allenatori, i quali mi hanno dato una forma mentale che mi ha preparato a quella che sarebbe stata poi l’attività agonistica dell’alto livello. Dopo questa parentesi, ho rinunciato alla chiamata dell’Accademia Nazionale “Ivan Francescato” perché mi era stata offerta l’opportunità di svolgere la preparazione con la prima squadra del Petrarca; ho accettato la proposta perché per me era una bella ambizione, essendo io padovano di nascita e petrarchino di formazione. Ho esordito nel 2012 nel derby del Plebiscito contro Rovigo, facendo anche meta al primo pallone toccato. E’ stata una grande soddisfazione e ancora oggi è uno dei ricordi più belli che ho. Da lì ho iniziato via via ad affermarmi all’interno della squadra per poi passare alle Zebre nel 2016, dopo una stagione già disputata a Parma come permit player”.

Che ruolo hanno esercito i tuoi genitori nel tuo percorso di crescita? “Un ruolo fondamentale, mi hanno sempre seguito ed incoraggiato nel mio cammino nel rugby, sia a livello di club che di Nazionale. Ricordo quando a sedici anni ero entrato in accademia a Mogliano, pur continuando a frequentare la scuola a Padova. Questo comportava che dormissi a Mogliano e che la mattina prendessi il treno per andare a Padova; dopodiché nel pomeriggio mia mamma mi riaccompagnava con la macchina a Mogliano. Quello è stato forse l’anno in cui sento che i miei genitori mi diedero di più la mano. Senza di loro avrei fatto fatica, mi sarei perso”.

Che ricordi hai del tuo esordio con la Nazionale? “E’ stato un esordio amaro perché abbiamo perso con la Francia di appena due punti nel match inaugurale del Sei Nazioni. Ricordo comunque delle emozioni grandissime, ero in camera con Michele Campagnaro e la notte prima mi svegliavo ogni mezz’ora per l’ansia, chiedendomi cosa sarebbe successo in campo il giorno dopo. Quando poi c’è stato il momento dell’inno ho azzerato tutto e mi ha dato tanta forza il fatto che i miei genitori mi avessero seguito fino a Parigi. Saperli allo stadio mi ha aiutato molto perché come dicevo prima sono persone con cui mi confronto molto sia per quanto riguarda la mia vita rugbistica e sia per quella al di fuori. Anche i miei compagni di squadra mi hanno fatto sentire molto a mio agio; l’ambiente della Nazionale è molto accogliente e siamo tutti molto affiatati”.

Cosa manca all’Italia per alzare il livello della propria competitività? “L’aspetto più importante secondo me è quello mentale, che è uno delle facce della preparazione della partita. Abbiamo dimostrato che fisicamente e tecnicamente ci siamo, ma è la gestione dei momenti della gara che ci manca un po’. Speriamo di poterlo fare con Franco e con il nuovo staff perché non vediamo l’ora di tornare a vincere!”

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