LO SPIRITO CAVALLERESCO DI MAXIME MBANDÀ

A fine marzo, sulle strade dell’Emilia-Romagna, un’ambulanza della Croce Gialla si dirige ad alta velocità verso l’ospedale di Fidenza. Nel retro, Maxime Mbandà tiene la mano di un paziente indebolito da Covid-19. Piega gli occhi per indovinare chi si nasconde dietro la maschera e dice: “Non sei italiano”. Il giocatore di rugby, ora volontario dell’associazione, risponde placidamente: “Sì, sono italiano, ascoltami, ti sto parlando in italiano”. I duri pregiudizi del suo interlocutore abdicano: “Sono stato così stupido a pensare per tutti questi anni che voi gente di colore foste meschini con me quando invece mi aiutate anche se non ve l’ho chiesto”.

Il terza linea dello Zebre Rugby Club di Parma -una delle due franchigie italiane che giocano in PRO14- Maxime Mbandà è anche un atleta della nazionale italiana, con la quale ha raccolto dal 2016 ad oggi 20 presenze ufficiali. Deve il suo colore della pelle a Luwa, suo padre congolese, emigrato in Italia negli anni Settanta per diventare medico, che ha conosciuto Luisa, originaria della regione di Napoli, che ha dato vita a Maxime nel 1993.

“Sono orgoglioso di essere il frutto di questa unione, di cui porto i tratti somatici. Essendo nato in Italia e parlando un italiano perfetto, ho avuto meno difficoltà di mio padre, ma i miei genitori mi hanno insegnato a distinguere tra razzista e ignorante”.

A marzo, per la prima volta da quando aveva 11 anni, suo padre è dovuto andare nella Repubblica Democratica del Congo per una settimana. E poi il coronavirus… “Ero a Roma dove stavamo preparando la partita del Sei Nazioni contro l’Inghilterra. Ci è stato detto di andare a casa e di restarci, pensavamo che non sarebbe durato a lungo ma il Primo Ministro ha annunciato il contenimento”.

Mbandà si è poi ritirato a casa sua a Parma con la sua ragazza. La notizia riguardava il coronavirus: gli anziani erano i più esposti. “Mi chiedevo cosa avessi potuto fare, così ho aperto Google, che di solito uso per cose più banali, e ho digitato: “Aiuto, anziani, Parma”. In dieci secondi mi sono imbattuto in un articolo sulla collaborazione tra il Comune e Croce Gialla”.

Si tratta di una delle tante associazioni di volontariato che hanno sostenuto il personale medico nel pieno della crisi sanitaria. “Il giorno dopo, il 9 marzo, ero lì. Avevo avvertito il mio club e loro hanno accettato, ma mi hanno anche detto di fare attenzione. In ogni caso, la prima cosa che ho fatto quando sono arrivato alla Croce Gialla è stata imparare le regole per non essere contagiato. Me le hanno spiegate prima ancora di salutarli, perché se ci fosse stato un caso positivo saremmo finiti tutti in quarantena”.

All’inizio, Mbandà pensava di mettere a disposizione il suo fisico da rugby. “Per trasportare cassette d’acqua nei palazzi del centro di Parma, che spesso non avevano l’ascensore; poi, il secondo giorno, mi è stato chiesto di salire sull’ambulanza per portare i pazienti da un ospedale all’altro”, dice.

Molti dei volontari sono ex pazienti, quindi la Croce Gialla era a corto di personale. “La situazione era buia, avevamo tutti un po’ paura e non avevamo mai visto prima gli ospedali in questo modo. In teoria, i nuovi arrivati dovevano essere addestrati. Mi hanno mandato solo qualche video e ho imparato soprattutto sul campo. Quando prendi in braccio una persona che devi portare in ospedale, hai letteralmente la sua vita nelle tue mani. Quindi è molto stressante quando non ci si è abituati”.

Settanta giorni quasi senza sosta sulle strade dell’Emilia-Romagna, la terza regione più colpita d’Italia, tra gli ospedali di Parma, Fidenza e Borgo Val di Taro: “Con turni di 12 o 14 ore, ma era impossibile rifiutare le missioni anche se si è esausti o non si è mangiato niente”, spiega Mbandà. “Come puoi dire di no? La gente stava morendo. Non potevamo toglierci l’attrezzatura se non alla fine del servizio quando la disinfettavamo tutta”.

Il primo mese è stato il più intenso: “La mia vita era il rugby, la casa, gli amici. Lì a volte iniziavo la mia giornata portando una barella con due corpi sotto un lenzuolo mentre uscivo dall’ascensore dell’ospedale. Tutte le stanze erano aperte, si sentiva tutto: medici, anestesisti, corse e urla. Non avevo mai visto così tante persone che soffrivano tanto”.

I paragoni col suo sport sono tanto allettanti quanto inopportuni, ed è l’Azzurro stesso a chiarirlo: “La mia mentalità rugbistica è quella di scendere in campo per vincere: vuoi salvare delle vite, a volte portavi i pazienti a bordo della ambulanze, parlavi un po’ con loro e tre giorni dopo li vedevi sulle pagine dei necrologi. È stata come una sconfitta”.

Ci sono stati anche momenti più felici: “Ho riaccompagnato a casa una persona che avevo portato in ospedale venti giorni prima. Ero al settimo cielo”.

Sono passati quasi quattro mesi dalla fine dell’emergenza e Mbandà ha ripreso ad allenarsi con le Zebre che lo scorso agosto hanno chiuso la loro stagione 2019/20 in PRO14. Nel frattempo, Maxime ha anche sostenuto degli esami universitari per conseguire la laurea in Scienze motorie e ha promesso di tornare alla Croce Gialla il prima possibile.

“Non so se il mondo sia migliore, ma molte persone ne sono diventate consapevoli. Per esempio, altri giovani si sono uniti a noi. Ci vuole solo un’ora per rendere felici molte persone. Bisogna usare il buon senso per evitare anche solo il 10 % di quanto è successo, il che è una questione di rispetto per chi ha lavorato duramente in quel periodo”.

Il 3 giugno era sulla lista dei 57 eroi che verranno premiati con la medaglia di Cavaliere al merito della Repubblica per il loro impegno durante la crisi sanitaria. E’ il premio più alto dello stato. La cerimonia avrà luogo in autunno: “È stato inaspettato, i miei genitori sono orgogliosi, ma sento di mancare di rispetto a tutte le altre persone dell’associazione che da anni svolgono uno splendido lavoro senza ricevere nulla in cambio”, dice Mbandà. “Il rugby è uno sport di squadra, quindi condividerò questo premio”.

Con i suoi colleghi, la sua fidanzata Cristiana ed il loro bambino che nascerà a fine ottobre.

Intervista di Valentin Pauluzzi pubblica su L’Equipe martedì 18 agosto 2020

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