GLI ALLENATORI ITALIANI VOTANO MATTEO MINOZZI QUALE MIGLIOR GIOCATORE DEL 2018: L’INTERVISTA

Parma, 8 Gennaio 2019 – Il padovano Minozzi miglior giocatore dell’anno nel referendum del Gazzettino tra gli allenatori della palla ovale che incoronano l’estremo padovano miglior giocatore del 2018. Il podio: secondo posto per il terza linea ala Polledri che precede Lamaro. Barbini, quarto, batte Giammarioli.

“King of pain”, re del dolore cantavano i Police (“C’è una macchia nera nel sole di oggi..”). Potrebbe essere la colonna sonora dell’incoronazione di Matteo Minozzi, 22 anni, a miglior giocatore italiano di rugby del 2018. II padovano (scuola Valsugana) ha trionfato con un netto distacco nel tradizionale referendum del Gazzettino tra gli allenatori del Guinness PRO14 e del Top12, dopo il secondo posto del 2017 alle spalle di Ferrari. Un anno da re per le qualità mostrate in campo nei primi 6 mesi del 2018, e di dolore per le sofferenze nella parte finale causate dal grave infortunio al legamento crociato anteriore del ginocchio destro alla prima giornata del torneo celtico con le sue Zebre. Precede sul podio altre due rivelazioni: il terza linea Jake Polledri (Gloucester), miglior avanti, e Michele Lamaro (Petrarca-Benetton) che è anche il giocatore più votato del campionato. Ai piedi del podio un altro padovano, Marco Barbini. Migliori stranieri a pari merito Hayward e Ioane del Benetton.

Gli allenatori hanno espresso 5 preferenze (nessuno poteva votare un giocatore del proprio club): 8 punti sono stati assegnati al primo, 5 al secondo, 3 al terzo, 2 al quarto e 1 al quinto.

MICHAEL BRADLEY (Zebre Rugby Club): «Il mio giocatore dell’anno è Polledri che si è distinto per prestazioni molto consistenti in maglia azzurra. Alle sue spalle Negri, seguito nell’ordine da Hayward, Inane e Fischetti».

KIERAN CROWLEY (Benetton Rugby): «Voto Polledri che ha avuto un impatto positivo in azzurro. A seguire Giammarioli, Castello, Bellini e Minozzi».

MASSIMO BRUNELLO (Kawasaki Calvisano): «Al primo posto metto Minozzi, sempre all’altezza, per caratteristiche fisiche ed abilità tecniche mi ricorda Brendan Williams. Alle sue spalle Giammarioli, in crescita costante. Quindi nell’ordine Lamaro, Castello e Bellini».

UMBERTO CASELLATO (FemiCz Rovigo): «Marco Barbini, il migliore e il più completo nella globalità (difesa-attacco) fra le terze linee italiane. Secondo Lamaro, più fisico e con un “work rate” difensivo più alto di Barbini. Poi Ioane, Fischetti e Giammarioli».

ANDREA CAVINATO (Mogliano Rugby): «Barbini primo, è un terza linea di intelligenza unica, di grande conoscenza del rugby, tecnicamente e tatticamente fa sempre la cosa giusta. Poi Minozzi, ha dimostrato agli incompetenti che nel rugby essere piccoli non è un difetto. A seguire Lamaro, Ruzza e Ioane».

SIMONE D’ANNUNZIO (Lazio Rugby 1927): «Giammarioli, perché in tante partite ha fatto la differenza e nonostante la giovane età ha dimostrato doti di leadership. Poi Allan per la crescita, è diventato punto di riferimento dell’Italia e del Benetton. A seguire Hayward, Minozzi e Negri».

GRANT DOOREY (Payanini Verona): «Primo Minozzi, ha vissuto una crescita incredibile a livello tecnico e mentale. Poi Negri, stessa motivazione, ha le carte in regola per fare una grande carriera. A seguire Zanni, Steyn e Gori».

FILIPPO FRATI (Rugby Viadana 1970): «Minozzi ha segnato mete e fatto la differenza, poi è stato sfortunato per il grave infortunio. Secondo Castello, si è conquistato il posto da titolare alle Zebre, in Nazionale ed è migliorato anche in quelli che non erano i suoi punti di forza. A seguire Zanni, Lamaro e Ruzza».

GIANLUCA GUIDI (Fiamme Oro Rugby): «Polledri perché può giocare in tutte le squadre del mondo. Il Gloucester ha puntato su di lui cedendo Moriarty, uno dei Lions. Poi Bellini che ha dimostrato di aver una cilindrata internazionale. Quindi Minozzi, Ruzza e Lamaro».

CRAIG GREEN (Lafert San Donà): «Primo Simone Ferrari, fa la differenza in campo in mischia e nel gioco; quando manca si sente. Secondo Polledri che ha compiuto un grande balzo avanti, è un ottimo portatore di palla. Poi Negri, Ioane e Zanni».

ROBERTO MANGHI (Valorugby Emilia): «Minozzi perché è stato l’unico in grado di fare la differenza a livello internazionale. È giovane e in crescita costante. Poi Ghiraldini, sempre una garanzia. Dietro Polledri, Bellini e Zanni».

ANDREA MARCATO (Argos Petrarca): «Scelgo Lamaro che a Treviso sta diventando un titolare fisso. Mentalità, tecnica, non gli manca nulla. Lo vedo come futuro capitano del Benetton e della Nazionale. Al secondo posto Minozzi, uno che ha l’X factor, che rompe gli equilibri. Poi Negri, Polledri e Castello».

PASQUALE PRESUTTI (Aeroporti Toscana I Medicei): «Il migliore è stato Leonardo Ghiraldini, ogni stagione sulla cresta dell’onda, ogni partita ben oltre la sufficienza. E questa stagione anche capitano azzurro. Alle sue spalle Marco Barbini, completo, estroso, cresciuto fisicamente. Terzo Fischetti, davanti a Minozzi e Bellini nell’ordine».

POLLA ROUX (Valsugana): «Primo Minozzi, rivelazione dell’anno. Poi Lamaro, con il Petrarca ha fatto la differenza in Eccellenza, ha già disputato partite nel Pro 14 e i suoi tecnici parlano molto bene di lui. A seguire Steyn, Bellini e Barbini».

Articolo di Antonio Liviero per Il Gazzettino del 7 Gennaio 2019


L’estremo padovano assapora la vittoria in una delle rare pause della sue giornate di forzato della palestra e della fisioterapia dedicate a rimettere in sesto il ginocchio destro sfasciato il 31 agosto nella prima partita del Pro14. «Questo riconoscimento mi rende felice e mi dà morale in un momento difficile – dice il folletto delle Zebre-. Sono più che contento perché si tratta del giudizio di persone competenti e poi perché la concorrenza era tanta».

A che punto è il suo recupero fisico? «La riabilitazione procede bene, ho iniziato a correre con due settimane di anticipo sulle tabelle. Potrei tornare a giocare ad aprile ma non voglio illudermi. L’obiettivo, se sarò convocato, è il test premondiale del 10 agosto con l’Irlanda».

Come sono adesso le sue giornate? «Da metà ottobre mi sono trasferito a Calvisano per svolgere la riabilitazione in un centro di Brescia. Entro in palestra alle 10 per lavorare sulla parte alta, poi faccio piscina. Mi riposo mezz’ora e dalle 14 mi dedico al ginocchio per quattro ore. Ceno e crollo dalla stanchezza».

Rottura del legamento crociato anteriore, del collaterale e del posteriore, poi cuffia e tendine, tensore della fascia lata e altro ancora: un disastro. Teme di non tornare quello di prima? «Ci penso ogni giorno. Mi chiedo se tornerò il giocatore che non temeva nulla, né botte né traumi. Si, ho paura, anche se ora m i sono un po’ calmato, mi sento più sereno e sto accettando quello che mi è successo. Sono sicuro che le gambe saranno quelle di prima. Il problema sta nella testa, cioè rifare certe cose senza freni inconsci. Ci dovrò lavorare».

Gli infortuni gravi sono in aumento e lo scorso anno in Francia sono costati la vita a tre giovani. Il rugby sta degenerando? «È uno sport di contatto, certi colpi e certi infortuni ci sono sempre stati. Il rischio fa parte del gioco. Con il professionismo però sono aumentati velocità e impatti e credo sia doveroso intervenire per aumentare la sicurezza».

La Francia propone di abbassare la linea del placcaggio alla cintola. È d’accordo? «Certo, le azioni fatte di passaggi aumenterebbero e ci potrebbe essere più spazio per le taglie leggere come la mia. E giusto che il rugby torni ad essere uno sport per tutti, non solo per i colossi».

Eppure lei che non ha un fisico bestiale riesce a fare lo stesso la differenza. «Sono convinto che se uno ha le qualità, la velocità e la tecnica, alla fine emerge. Ci sono squadre come lo Stade Toulousain che sono tornate a schierare trequarti leggeri, tipo NTamack. Il rugby di evitamento insomma è ancora vivo. Ma sarebbe meglio aiutarlo un po’».

Non le ha mai creato problemi la differenza di taglia? «Semplice, non bisogna pensarci. Mai avere paura. Uno può avere più chili di te, ma per fortuna il rugby resta uno sport in cui conta la testa».

Però a 15 anni era stato scartato dall’accademia federale proprio a causa della statura. «Fu una mazzata. Vivevo solo di rugby. Per dire, se avevo un allenamento non andavo alle feste di compleanno. E quando non mi hanno preso all’accademia under 16 ho cominciato a pensare di non essere adatto al rugby perché troppo piccolo. Volevo smettere. Per fortuna Massimo Brunello mi ha invitato a degli allenamenti all’accademia e mi presero l’anno dopo».

Cos’è il rugby per lei? «Divertimento puro, mi dà piacere sfidare gli avversari negli spazi, correre, fare bene un gesto tecnico».

Il prossimo Sei Nazioni se lo vedrà dalla poltrona. «E sarà una sofferenza incredibile. Gli stadi, il pubblico, il gioco: l’atmosfera del Torneo è magica».

Cosa deve cambiare nel gioco dell’Italia per tornare alla vittoria? «Avremo due partite abbordabili in casa con Galles e Francia, possiamo vincerne una o entrambe. Dovremo però essere competitivi per 80 minuti e non solo fino al 50′. Perché lo scorso anno ce la siamo giocata solo con la Scozia».

Si è fatto fare sette tatuaggi: di cosa si tratta? «Ho un veliero sulla coscia sinistra, un giapponese che dal braccio arriva al petto, un pirata su un polpaccio, il 40 sul tricipite che era il mio numero di maglia al Valsugana».

Una moda? «No, piuttosto una memoria perché raccontano momenti della mia storia personale. Me li fa il padre di un amico e li considero vere e proprie opere d’arte fatte sul mio corpo».

Dicono che sia poco social. «Non sono su Facebook e su Instagram sono parecchio pigro: passa anche un mese senza che metta una foto. Preferisco una birra con gli amici o una partita a carte con i vecchi, il calore umano. Ero così anche da piccolo: niente playstation e ho sempre usato solo il computer di famiglia».

Ha mai pensato di continuare gli studi dopo la maturità scientifica? «Neppure per un momento. Nella mia vita c’è sempre stato solo il rugby. Anche adesso non ho un piano B perla mia vita. Sbaglio, lo so. Il fatto è che non mi vedo lontano dal rugby quando smetterò di giocare. Vorrei fare l’allenatore o il dirigente»

Quali erano le sue materie preferite? «Italiano e latino. Credo che il latino mi abbia insegnato a ragionare e forse a essere un attaccante migliore. Mi piaceva il De bello Gallico di Giulio Cesare. Non era rugby, però…»

Intervista di Antonio Liviero per Il Gazzettino del 9 Gennaio 2019

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